Analizzare le configurazioni delle filiere corte alimentari, studiandone impatti e implicazioni su temi importanti come la sostenibilità e l’efficienza produttiva. Questo in breve l’obiettivo della tesi di laurea magistrale elaborata dal dott. Filippo Cimini Gianforte nell’ambito del Master of Science in Management Engineering al Politecnico di Milano e in collaborazione con l’Osservatorio Food Sustainability della School of Management del POLIMI, nella quale ha sviluppato alcuni casi studio particolari di aziende che operano nei settori oleario e della vendita di frutta e verdura, tra cui anche Cereal Docks.

Le caratteristiche dei settori oleario e F&V

Secondo la tesi, entrambe queste catene di approvvigionamento sono geograficamente diffuse a monte del processo produttivo e fanno affidamento su un elevato numero di produttori, presentando dunque una base di fornitori frammentata. Inoltre, sono presenti in entrambe le filiere delle organizzazioni di produttori, che ricoprono ruoli strategici, poiché favoriscono la collaborazione e l’aggregazione dei produttori, migliorando il loro potere contrattuale nei confronti di trasformatori e dettaglianti.

Le specificità degli oli da semi

Per quanto riguarda gli oli da semi, la maggiore complessità del processo produttivo, si riflette in una catena di approvvigionamento più complessa rispetto all’olio di oliva. Gli oli da semi infatti si caratterizzano per un processo di produzione più complesso, poiché richiedono alcuni pretrattamenti come decorticazione, rimozione del pelo, vagliatura, selezione, pulizia, macinazione o molitura e preriscaldamento prima di arrivare al processo di estrazione vero e proprio, che viene eseguito meccanicamente, o, più spesso, tramite estrazione chimica attraverso appositi solventi.

Driver e barriere: perché le aziende scelgono di investire sulle filiere corte?

La ricerca inoltre ha tentato di gettare luce sui driver e sugli ostacoli a ciascuna delle dimensioni di prossimità identificate nell’analisi: geografica, relazionale e informativa. Sono stati identificati driver e barriere comuni e specifici tra i settori, per esaminare la logica alla base delle scelte delle aziende agro-alimentari che scelgono di investire su diverse configurazioni di prossimità.

Per quanto riguarda la prossimità geografica, è principalmente guidata dall’efficienza e dalla fattibilità del trasporto, un fattore rilevante per le configurazioni con supply chain estese. Le barriere nei confronti della prossimità geografica sono invece rappresentate dalla “vocazione territoriale” e dalla “stagionalità del prodotto”, che dipendono dalla loro natura intrinseca.

La qualità del prodotto è invece il driver principale per la “prossimità relazionale”, per permettere un miglioramento delle prestazioni dei produttori, favorito dall’allineamento e dalla mutua assistenza tra gli attori lungo la filiera; ma anche la strategia e la cultura aziendale costituiscono forti driver che spingono le aziende, pur perseguendo qualità e sostenibilità, a realizzare relazioni di prossimità nelle loro catene di fornitura. L’ostacolo comune più citato a stabilire forme di prossimità relazionale è invece la “disponibilità dei volumi di prodotto”, un fattore che dipende principalmente dalla dimensione media delle aziende selezionate.

Per ciò che riguarda la “prossimità informativa”, le aziende di trasformazione percepiscono una distanza di capacità e conoscenza, sia a monte che a valle, testimoniata da ostacoli come “l’avversione dei produttori all’innovazione” e il “gap di conoscenza dei consumatori”: è dunque difficile per le aziende realizzare un trasferimento completo ed efficace delle informazioni lungo l’intera catena di fornitura.

Dallo studio è emerso che le aziende che partecipano a filiere corte alimentari si impegnano per stabilire rapporti più duraturi con i propri fornitori e trasmettere più informazioni sulla sostenibilità. D’altro canto, come la maggior parte delle industrie agroalimentari, risultano ancora legate a forme tradizionali, sia in termini di assetti inter-organizzativi, dove i contratti relazionali rappresentano la norma per la maggior parte delle aziende, sia di sistemi tecnologici utilizzati.

Filiere corte alimentari e Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, un legame solido

Nonostante le filiere corte alimentari siano ampiamente riconosciute come modelli di produzione sostenibile, la ricerca ha ribadito la relazione tra gli obiettivi di sostenibilità delle filiere corte alimentari e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che costituiscono il principale riferimento per la sostenibilità In tutto il mondo.

Le configurazioni estese di prossimità sono infatti in grado di sfruttare la prossimità relazionale e informativa per perseguire diversi obiettivi di sviluppo sostenibile. Grazie all’allineamento tra produttori e trasformatori e ad un efficace scambio di informazioni, possono essere adottati metodi di agricoltura sostenibile (SDG target 2.4) e programmi specifici per la salvaguardia della biodiversità (SDG target 15.5).

Infine, filiere più corte consentono remunerazioni più eque ai piccoli agricoltori, migliorando le loro condizioni di lavoro (obiettivo SDG 8.3) e promuovono l’innovazione in modo più efficace, grazie alla comunicazione e modalità dirette (obiettivo SDG 9.4).

Desideriamo rivolgere un sincero ringraziamento al dott. Filippo Cimini Gianforte e a tutti i professori del Politecnico di Milano e all’Osservatorio Food Sustainability della School of Management del POLIMI per aver coinvolto Cereal Docks in questo interessante progetto di ricerca, che ha il merito di evidenziare motivazioni e scelte profonde che guidano le aziende che si impegnano nella realizzazione di filiere alimentari corte.