I girasoli in fiore che stanno colorando i lati della pista ciclabile che porta alla spiaggia del lido di Jesolo, lungo via Martin Luther King, hanno conquistato da subito molti vacanzieri, che approfittano di questo splendido scenario per scattarsi qualche selfie avvolti in un mare di girasoli.

Ora però i girasoli si prendono anche le pagine di blog e giornali, interessati dal racconto di questo progetto innovativo che unisce clima, agricoltura e ambiente grazie ad una partnership strategica sviluppata tra Cereal Docks e l’Azienda agricola Dartora di Jesolo.

Il progetto punta a preservare la fertilità del suolo dei circa 200 ettari di terreno di tipo prevalentemente sabbioso della Dartora, lavorati con la tecnica della semina su sodo e l’utilizzo di cover crops (colture di copertura) tra una semina e l’altra per mantenere il suolo sempre coperto da vegetazione, contrastare il suo impoverimento e controllare l’erosione superficiale.

Il girasole non è una coltura tradizionale per quanto riguarda il territorio di Jesolo. Vanta però un ottimo potenziale per il suo basso impatto ambientale, la capacità di contrastare l’erosione del terreno e di migliorarne la struttura organica al termine del raccolto. Non da ultimo, permette di implementare al meglio il processo di digitalizzazione dei dati agronomici, per studiare i tempi e le modalità delle semine, dell’irrigazione, della concimazione e della raccolta.

Grazie al loro apparato radicale profondo, i girasoli si sviluppano anche in condizioni di disponibilità limitata d’acqua, adattandosi a condizioni climatiche più secche.  Inoltre, grazie alla loro peculiare struttura e copertura fogliare sul terreno, i girasoli riducono l’insorgenza delle malerbe, garantendo una riduzione dell’utilizzo di fitofarmaci di contrasto. E ancora, sul fronte della biodiversità, è un’ottima fonte di nutrimento per gli insetti impollinatori, in primis le api, che favoriscono una maggiore resa dei raccolti.

Tipicamente il girasole viene coltivato nelle aree collinari del Centro Italia, e solo negli ultimi tempi si è assistito ad un suo maggiore utilizzo al Nord, nell’ottica di rispondere alla richiesta del settore agroalimentare italiano, deficitario di fonti oleaginose e proteiche vegetali da filiera nazionale.

Una coltura che, oltre a regalare spettacolari scenari lungo le strade del nostro Paese, ha ampi margini di crescita, grazie ai suoi preziosi semi, che sono utilizzati per ottenere qualificate proteine vegetali e olio utilizzati nell’industria alimentare e in molte altre filiere di eccellenza del made in Italy.

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Leggi l’articolo su Il cielo sopra San Marco, il blog di Barbara Ganz, giornalista del Sole 24 Ore